Caro Lettore,
ti starai chiedendo quali possano essere state le motivazioni che mi hanno portato alla pubblicazione di questa guida escursionistica così atipica.
La prima motivazione - puoi crederci o meno - è di ordine esistenziale e filosofico, risalente addirittura ai tempi del mio liceo, classico, quando mi capitò di incontrare la seguente frase attribuita a Pitagora, che da allora non ho più dimenticato: un uomo, per sentirsi completamente realizzato, dovrebbe nella sua vita piantare un albero, costruire una casa, allevare un figlio, scrivere un libro.
Ecco, di alberi ne ho piantati così tanti da perderne il conto; causa terremoto di case sono a quota due; figli tre, quindi anche su quel fronte sono a posto.
Libri zero, giustappunto; e con questo voglio porvi rimedio.
Se riguardo ai primi tre elementi citati da Pitagora come realizzativi di un uomo possiamo discutere, dato che sono stati piuttosto facili da realizzare per un agricoltore mancato par mio, per un friulano malato di mattone e per un maschio conservatore e anticonformista, sulla stesura del libro ho dato retta ai miei istinti più profondi e spero di sorprenderti piacevolmente.
La seconda motivazione riguarda strettamente il tema trattato dal libro stesso; questa richiede, però, una chiacchierata più articolata, sperando di non risultare tedioso, siccome è, in sostanza, la storia della mia passione per i monti.
Passione che mi accompagna da quando ero ragazzino e andavo insieme con G. N. e una corda di canapa, praticamente un grosso spago, su e giù per la palestra di roccia della Brigata Julia a Crosis. La moglie del custode della diga ci urlava a squarciagola di smettere, o avrebbe chiamato i carabinieri. Aveva ragione, naturalmente, ma si era in un'età che agli adulti non si dà retta.
Poi cime, cime, cime e roccia: tutto regolare, situazioni e percorsi di formazione che competono a un giovane e al suo entusiasmo.
A quindici anni frequentai il corso di roccia con gli indimenticabili Ignazio Piussi e Cirillo Floreanini. E via avanti, con pure qualche parentesi geologica e paleontologica, persino all'estero.
Però, sottotraccia, la curiosità, il desiderio di esplorazione rappresentato dal sentiero non segnato covava già, come brace sotto la cenere, e ogni tanto si ravvivava: il primo Black Track di cui abbia memoria certa risale proprio a quegli anni adolescenziali e si tratta della traversata in solitaria da Venzone a Lischiazze alla ricerca della Stiliza. Il percorso lo trovai correttamente, solo non vidi la scaletta, pur essendoci passato giusto a fianco, poiché era totalmente nascosta dai mughi.
Qualche anno dopo, del tutto inaspettato e fortuito, avvenne l'incontro cardine della mia formazione esplorativa: conobbi colui che, ancora oggi, qualifico come il mio Maestro.
Ero appena entrato nella biblioteca della clinica dove mi stavo specializzando e parlottavo con un collega di quanto mi intrigassero i tre misteriosi e quasi leggendari valichi della catena del Musi.
Il neo arrivato bibliotecario, lì intento a compilare carte, ma con l'orecchio attento, alzò gli occhi e mi elencò i valichi in un istante, ipnotizzandomi poi con una dovizia di particolari.
Rimasi a bocca aperta. Quante esplorazioni abbiamo fatto poi assieme! Imparai che per sospettare e trovare un Black Track ogni indizio è buono: uno stavolo apparentemente senza accesso, un vecchio cavo di teleferica penzolante, una traccia che la prima neve rende manifesta su un versante in lontananza, il racconto di un vecchio cacciatore o malgaro, una mappa militare della Grande Guerra, spessissimo un pestio di camosci, a volte un puro ragionamento dettato dall'esperienza: lì un sentiero non può non esserci.
Passarono altri anni, son svueladis stagions, ma quella recondita fascinazione è rimasta e io stesso mi chiedo perché mai mi attirino tanto i sentieri non segnalati, sebbene non differiscano poi tanto da quelli presi in carico dalle Sezioni del C. A. I. Che cosa mai li contraddistingue?
Alla fine ci sono arrivato e la risposta mi ha innegabilmente sorpreso; eppure rappresenta, a ben vedere, la seconda e più autentica motivazione che mi spinge su questi tracciati. Il nucleo di questa riflessione viene riassunto assai efficacemente dal Gautama Buddha:
abbandona le grandi strade, prendi i sentieri.
Ma non troverai il sentiero, se prima non diventi sentiero tu stesso.
Si tratta dell'autoaffermazione di individuo che Pitagora tratteggiò con quella sua frase, che non può esimersi di calarsi nell'ambiente naturale e negli archetipi che questo rappresenta. L'uomo che ama la montagna non può altresì prescindere dalla conoscenza delle arti e delle consuetudini delle popolazioni che di montagna per secoli hanno vissuto; deve conoscere storia, geografia e scienze naturali, ma soprattutto deve scavare dentro di sé per capire che cosa vuole e imparare, così facendo, a diventare una persona.
Al dunque, dopo questo lungo preambolo che spero tu abbia letto fino a qui, caro Lettore, ti dico che di altro non potevo scrivere e che questo libro mi rispecchia.